venerdì 13 ottobre 2017

CineRecensione#13: Black Mirror (I-II-III stagione)

Anno: 2011
Episodi: 3 (I); 4 (II); 6 (III)
Produttore: Netflix

Di solito inserisco qualche riga di trama nelle mie CineRecensioni (non scritta da me), ma questa volta no e dico subito il motivo: Black Mirror non ha una trama effettiva. Ogni stagione è un susseguirsi di episodi che cambiano ogni volta personaggi, ambientazione e trama e l'unica cosa che hanno in comune è la tecnologia, vera protagonista della serie.

Per questo motivo, mi limiterò a parlarvi dei singoli episodi che più mi hanno colpita, concludendo poi con qualche riflessione generale.

- Messaggio al Primo Ministro (1/01)


Il primo episodio è uno shock. Ed io ero stata avvertita, perchè è stata mia sorella a vedere per prima questa serie, a parlarmene di volta e in volta e poi a spronarmi a vederla. Quindi, ero preparata. Ma nonostante ciò, ho finito l'episodio con un fortissimo senso di nausea. La trama è presto detta. Una notte il Primo Ministro inglese viene informato che una delle principesse reali è stata rapita. Su Youtube è apparso un video, dove la ragazza, sotto istruzioni del rapitore, ha comunicato le condizioni del suo rilascio: il Primo Ministro deve avere un rapporto sessuale con un maiale, completo e non finto, e ripreso in diretta nazionale. Se non verrà fatto nel giro di 24 ore, la principessa verrà uccisa.
Una trama particolare a dire poco, per un primo episodio che ha il merito (?) di tenere incollati allo schermo, prima scettici, poi increduli, infine disgustati, esattamente come il Primo Ministro. Una riflessione su quanto l'opinione altrui (opinione pubblica nel caso del Primo Ministro) ci manovri, un tema molto importante per questa serie tv e che verrà affrontato ancora una volta. Da notare che qui la tecnologia è ancora a un livello contemporaneo, molto lontano dai livelli fantascientifici di tutti gli altri episodi.

- Orso Bianco (2/02)


Una donna si sveglia in una stanza. Non ricorda nulla, neanche il suo nome, e ha un gran mal di testa. Nel momento in cui esce fuori di casa, si trova a vivere un incubo. Circondata da persone che non fanno altro che filmarla continuamente col cellulare, verrà presa di mira da persone mascherate che brandiscono ogni genere di arma e cercano di ucciderla. L'unica speranza è raggiungere il fantomatico Orso Bianco, legato però a strani e confusi ricordi...
Questa è stata una delle puntate più terribili, dal punto di vista psicologico. E il motivo è tutto legato al finale, un colpo di scena che ribalta completamente il punto di vista dello spettatore e che lascia un senso di amaro e, di nuovo, quasi disgusto in bocca. Mai come in questo episodio ho sentito più forte il mio ribrezzo e la mia paura per l'umanità come massa.

- San Junipero (3/04)


Premiato ultimo episodio, credo che sia uno dei pochi che, nonostante qualche spunto sempre un po' ambiguo, si concluda positivamente (o comunque non in una maniera tale da farti desiderare di cavarti gli occhi). San Junipero è un paese strano e solo andando avanti con l'episodio si capirà davvero cosa succede in questo posto. Le protagoniste sono due giovani donne che si incontrano per la prima volta qui e, nonostante le grandi differenze tra loro, si innamorano. Non posso dire altro, altrimenti farei spoiler tremendi. 
Episodio privo di quel senso di abbattimento e disgusto che si accompagna alle altre visioni, è una sorta di boccata d'aria fresca. Molto bello, diverso.

Ho portato un solo episodio per stagione, ma me ne sono piaciuti - e molto - vari altri. Ciò che importa è che Black Mirror riesce, anche senza portare avanti un'unica narrazione coerente, a trasmettere con forza alcuni temi che ho trovato importantissimi e attuali.
Il primo - e il più controverso - è quello della tecnologia. Tecnologia che, lo ripeto, è qui futuristica, incredibile, fantascientifica. E, nonostante tutto ciò che si sente dire in giro, io credo che il messaggio di questa serie tv non sia da riferirsi tanto al pericolo di queste tecnologie così avanzate, ma in quello insito nella stessa natura umana. In ogni episodio visto, dove ogni sfumatura di progresso sembrava portare più infelicità e alienazione, mi sono resa conto che a condurre a questi risultati non era la tecnologia in sè ma l'uomo, che trasmette nell'oggetto le sue passioni, solitamente negative. E così in Ricordi pericolosi un supporto sostanzialmente innocuo (un chip che, comandato da un telecomando, permette alle persone di vedere i propri ricordi come un film) diventa lo strumento per un uomo ossessivo e paranoico per portare la propria psicosi a un livello superiore, fino al suo esito disastroso. Oppure in Torna da me diventa un modo per evitare una situazione dolorosa, un palliativo che impedisce alla protagonista di interiorizzare e superare un lutto. Mi è piaciuto dunque questo controverso rapporto tecnologia/uomo, in cui è l'uomo - sempre e comunque - a sfruttare il potenziale dannoso della tecnologia, con un processo che, sebbene in scala minore (ma perchè parliamo di tecnologie molto meno avanzate!) vediamo in atto anche ai giorni nostri. Ma se generalmente ci si scaglia contro la tecnologia in sè, la serie conferma il mio pensiero, ovvero che la responsabilità sia nella persona, che sfrutta in maniera positiva o negativa un potenziale.
Black Mirror affronta ogni faccia di questa nostra nuova realtà e non trascura nè i reality show nè i social network. Nel primo caso, l'episodio più significativo è 15 milioni di celebrità, una sorta di distopia in cui l'unico modo per fuggire a una realtà alienante è guadagnare abbastanza punti e partecipare a un reality show, la classica occasione in cui si dice che solo 1 su 1000 ce la fa. Il finale è, come quasi sempre del resto, molto amaro e ci porta in un mondo fatto di curiosità morbosa e crudeltà. I giudici, cattivi e sempre indifferenti alle persone che hanno davanti, sembrano usciti da uno dei nostri programmi e la freddezza con la quale decidono delle persone e distruggono uno dei momenti culmine dell'episodio è terribile.



Ecco qui la scena in questione (anche se priva del finale, per non spoilerare troppo), un momento di grandissima intensità emotiva appena prima che tutto precipiti e che parla direttamente a noi e alla nostra realtà, una realtà fatta, come dice Bing, di cazzate, di cose che non esistono e di falsità. Ogni cosa è presa, distorta e commercializzata, spettacolarizzata. Un finale tremendo anche in questa puntata, ma perfettamente in linea con l'umanità - purtroppo anche fin troppo veritiera - di Black Mirror.
Come vi dicevo, si parla anche dei social network e l'episodio dove l'argomento viene affrontato nella maniera più diretta è Caduta libera, dove a monopolizzare la vita delle persone è una sorta di Instagram. In questo episodio vediamo come un social network possa impattare in maniera effettiva sulla vita di una persona, delineando una sorta di nuova classe sociale. La ricchezza, dunque, si combina con valutazioni alte (il corrispettivo dei like di facebook) e la protagonista Lacey, novella parvenu, cerca in tutti i modi di diventare parte di quel mondo dorato da lei guardato con invidia da sempre, un mondo dove vivono la crudeltà e la falsità, caratterizzato da repentino successo ma anche da disastrose cadute.  In Odio universale, invece, i social network mostrano invece l'altra faccia, quella che vede il popolo del web unito contro un capro espiatorio sempre diverso, odiato in maniera violenta e irrazionale, un odio insensato ma non per questo meno intenso, che trova nei social, anche oggi, un ottimo modo per esprimersi.
Un altro aspetto che questa serie tv analizza, è l'immedesimazione dello spettatore con il carnefice. Questo è particolarmente evidente in Orso Bianco e in Zitto e balla. Sono due puntate che farei vedere a chi è favorevole alla pena di morte, perchè credo che lasci molta amarezza e molti dubbi. Uno degli effetti, sicuramente, soprattutto del primo episodio, è il ritratto del popolo come massa, che si pone come giudice e giuria, un fenomeno legato a doppio filo con il discorso che facevo prima per i social e a cui possiamo tranquillamente assistere ogni giorno, sul web come nella vita. In un mondo dove sparare giudizi e pareri non richiesti è diventata l'abitudine, Black Mirror ci prende alla sprovvista, ribalta la prospettiva e, in definitiva, ci frega alla grande. Giudica il peccato e non il peccatore, si dice, e anche nei casi più estremi l'umanità emerge potente, come il senso di pietà. O così dovrebbe essere, immagino. Se non vi è capitato, io mi preoccuperei, e lo dico tranquillamente.
Allo stesso modo, assistiamo anche a un processo di deumanizzazione della vittima in Gli uomini e il fuoco, una dura critica a quelle tecnologie che ci portano a mettere una qualunque distanza con altre persone al fine di poterle trattare con crudeltà senza rimorsi.
Questa serie mi è piaciuta davvero molto, anche se mi ha turbata. Non è una serie facile e non dà una lettura felice o positiva del mondo. È crudelmente realistica e non fa sconti a nessuno, non edulcora la realtà a nostro uso e consumo. È uno specchio, a tutti gli effetti. E l'immagine che ci rimanda è quella di un'umanità oscura.

Virginia







lunedì 9 ottobre 2017

Chiacchiericcio#7: Le storie ci cambiano




Buongiorno a tutti e buon lunedì! Oggi torno con una rubrica che doveva essere a cadenza mensile ma che, neanche a dirlo, è caduta nel dimenticatoio dopo poco tempo. Per chi non la conoscesse, è semplicemente quell'articolo che mi prendo per chiacchierare in maniera un po' più intima con voi. Non tornerà tutti i mesi, però mi piacerebbe rispolverarla, una volta ogni tanto.
Oggi parliamo di un argomento che mi è sempre interessato molto. Sono molti i libri belli - o anche bellissimi - che un lettore trova sul suo cammino ma, se ci pensate bene, sono pochi quelli che non si limitano a segnarci ma che impattano su di noi, cambiano il nostro modo di pensare e influenzano la nostra realtà. Certo, quello è molto difficile, ma talvolta accade. Ho deciso di ripercorrere con voi questo mio brevissimo ma importante percorso, che spesso è solo la concretizzazione di un cambiamento avvenuto in mesi o anni e poi consolidato da parole giuste lette al momento giusto.




Non potevo non parlarvi di lui, perchè tutto è partito da qui.
Per il mio ottavo compleanno, mio zio mi regalò Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Qua ha inizio la mia esperienza da lettrice e, per certi versi, il cambiamento più profondo. HP mi ha portata alla lettura, che è diventato per me il momento più importante della giornata. Non mi ha mai portato altro che gioia questa mia passione e quindi non smetterò mai di parlarvi di quel giorno e di ringraziare J.K. Rowling per avermi introdotta in questa realtà.



A 11 anni vidi il film di Zefirelli tratto dal celebre romanzo Jane Eyre. Pochi giorni dopo, in biblioteca, trovai questa precisa edizione e me la portai a casa. Nonostante io ne abbia acquistate altre due e abbia letto questa storia in altre edizioni ancora, rimango affezionata a questa, perchè è la prima, quella con cui ho conosciuto l'amore, in un certo senso.
Si può dire che Jane Eyre sia stata la mia personale educazione sentimentale. Se, come dice la mia professoressa di letteratura francese, la sua generazione lo ha conosciuto con La principessa di Cleves, io l'ho trovato qui, per la prima volta. Col senno di poi, mi ritengo molto fortunata, perchè il mio esempio è una donna intelligente e umile, modesta ma mai sottomessa, fiera e orgogliosa e pronta a sacrificare perfino la propria felicità per rispettare sè stessa e i propri ideali.
Che dire, poi, del signor Rochester? Non un uomo semplice, non un uomo giovane o bello (non che sia vecchio, certo!). Il signor Rochester è la perfetta controparte per Jane: fiero e orgoglioso, intelligente, mai sottomesso. Certo, in lui troviamo anche una certa arroganza, per non parlare di un carattere chiuso e bizzarro, ma è per questo che l'ho amato e che continua ad essere il mio primo amore e, forse, anche un modello - inarrivabile. Certo non è perfetto, ma con il signor Rochester ho imparato che l'amore è quello che si associa al rispetto dell'altra persona, per l'ammirazione per il suo carattere e la sua intelligenza, prima ancora che per il suo aspetto. Poi, ripeto, non è perfetto: è un manipolatore, un prepotente e un bugiardo, ma Jane non gli si arrende mai ed è questa la differenza con altri libri più moderni.



Avevo 16 anni quando lessi questo libro. In seguito lessi tutto ciò che trovai in biblioteca di Natsuo Kirino, ma questa rimane l'opera che più di tutti mi ha segnata e turbata. Non si lega a un'ideologia specifica come nel caso degli altri libri. La sua influenza fu più sottile e profonda e fu soprattutto un trauma. Si, Grotesque mi colpì come un pugno e lo amai e odiai alla stessa maniera. In tre giorni di frenetica lettura mi immersi per la prima volta nel Giappone crudele di questa autrice, che prendeva tutte le mie debolezze, tutte le mie insicurezze e le esponeva al mondo senza pietà, in tutta la loro meschinità. Non so se, leggendolo adesso, ne sarei stata turbata alla stessa maniera, perchè sono cambiata. Eppure credo che Natsuo Kirino abbia - involontariamente - messo su carta la mia più grande paura e che anche adesso non mi lascerebbe indifferente. Leggere questo romanzo è stato come viaggiare nelle mie più profonde oscurità e paure e nel riemergere mi rimase per giorni un senso di angoscia e turbamento che ricordo ancora.




Se i primi titoli sono tutto meno che nuovi per chi mi segue già da un po', adesso comincio a mostrarvi quei titoli che ho incontrato in tempi più recenti e la cui influenza è stata determinante in altri sensi.
Ho letto Dio di illusioni a 20 anni. Era un momento durissimo: avevo finito le superiori ma rimandato l'università a data da destinarsi, senza sapere bene che fare. Per motivi personali, mi sono ritrovata a fare un corso da OSS. Un'esperienza determinante per me, in positivo come in negativo. Qua si è aperto un periodo cupo che ancora non si è chiuso del tutto, una crisi che mi ha cambiata e non lo dico tanto per dire. In un momento dove mi approcciavo a una realtà lavorativa che prometteva di durare una vita e che mi ingrigiva, spegneva ogni mia creatività, ho letto questo libro. Un capolavoro, per me, sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, una riflessione senza sconti sulla cultura e sulla natura umana. Sembrava che parlasse di me e per me e nelle parole di Donna Tartt ho ritrovato ciò che avevo perso: l'amore per la conoscenza, per lo studio della letteratura e di tutto ciò che definiamo umanistico. Grazie a questo libro mi sono iscritta all'università e ho deciso di provare a darmi un'opportunità.




Si passa qui a tutt'altro argomento - senz'altro più spinoso.
Ho letto A sangue freddo a 21 anni e Capote è andato a cementare ed esplicare una convinzione che da anni era dentro di me ma ancora non avevo ben compreso.
L'argomento della pena di morte è controverso. Tutti, prima o poi, ci troviamo ad arrovellarci intorno a questo quesito: è giusto o no? Il fatto che da noi in Italia non ci sia non ci esenta, a mio parere, dall'interrogarci al riguardo, a maggior ragione alla luce di quanto sta avvenendo nel mondo.
Per tutta la mia adolescenza sono stata a favore della pena di morte. Non sono un carattere pacato, anzi. Mi arrabbio facilmente - anche se magari non lo mostro - e ho quel genere di rabbia impetuosa che brucia con forza sul momento ma che si spegne con altrettanta velocità. Leggendo e vedendo certe cose, è fin troppo facile cedere alla rabbia e a istinti più primitivi.
Eppure.
Crescendo, ho iniziato a mettere in dubbio quella che era stata una mia ferma convinzione. Per mia natura mi metto molto in discussione e in questo caso cominciai a dubitare di ciò che avevo sempre affermato con sicurezza. Il capolavoro di Capote non ha fatto altro che mettere in luce con prepotenza quelli che erano i miei dubbi e le mie incertezze, e lo ha fatto senza voler convincere, limitandosi a esporre con uno stile quasi asettico una vicenda di cronaca nera. Nulla è stato inventato, nulla è certo se non la colpevolezza degli imputati, eppure comunque alla fine del libro avevo un'idea chiara della mia posizione in merito. Che era diametralmente opposta a quella che avrei avuto pochi anni prima.

Questi sono stati i libri che, finora, hanno inciso in maniera oggettiva sulla mia vita e sul mio modo di pensare. Sono pochi, ma se rifletterete vi renderete conto che anche nel vostro caso si possono contare sulla punta delle dita.
Nel prossimo Chiacchiericcio, vi parlerò dei film che hanno influenzato la mia visione. Anche qui saranno pochi ma significativi (ovviamente per me).
Adesso però tocca a voi? Ci sono dei libri che vi hanno cambiato? Se si, quali?

Virginia



giovedì 5 ottobre 2017

Recensione: Jezabel di Irene Nemirovsky

Titolo: Jezabel
Autore: Irene Nemirovsky
Traduttore: Alessandra Maestrini
Casa editrice: Newton Compton
Numero di pagine: 147
Formato: Digitale

La bellissima ma non più giovane ereditiera Gladys Eysenach è chiamata in tribunale per rispondere di omicidio: ha ucciso un ragazzo, suo amante. Ma come ha fatto Gladys a ridursi a quel punto? Perché invoca una condanna severa e qual è la verità che vuole assolutamente tenere nascosta, che la consuma, rendendola simile a Jezabel, l’ombra inquieta dell’Athalie di Racine? Il romanzo ricostruisce la sua avventurosa e tragica vicenda, ci accompagna nel suo passato a Londra, New York, Nizza, Parigi, ci fa rivivere la Belle Époque dei ricchi prima che la seconda guerra mondiale spazzi via tutto per sempre.


"Rimane sempre, in fondo al cuore, il rimpianto di un'ora, di un'estate, di un breve istante in cui si raggiunge probabilmente il momento della fioritura. Per diverse settimane o diversi mesi, raramente di più, una ragazza molto bella non vive la sua esistenza consueta. È come ebbra. Le viene accordata la sensazione di essere fuori del tempo, fuori dalle sue leggi, di non dover sottostare alla monotona successione dei giorni, ma di gustare solamente momenti di felicità cocente e quasi disperata."

Buongiorno a tutti!
Con l'inizio dell'università, il mio blocco del lettore - che durava da qualcosa come 3 mesi - finalmente è stato sconfitto. Nel giro di una settimana ho letto libri, manga, graphic novel e recuperato diversi film. Insomma, mi sento stimolata come non mai e le letture in cui mi imbarco sembrano essere particolarmente fortunate. Compreso questo mio ritorno, a un anno di distanza, a Irene Nemirovsky, autrice nota soprattutto per il suo Suite francese. Io ne ho acquistato il volume Newton Compton che racchiude tutta la sua opera e avevo esordito con il suo primissimo romanzo, Il malinteso, che pur non essendomi dispiaciuto non mi aveva neanche colpita. Era però da tempo che meditavo di darle un'altra possibilità e dopo le entusiaste parole che una mia amica ha speso su Jezabel ho deciso che era giunto il momento.
Ecco, a libro concluso posso definirmi decisamente colpita.
Jezabel è una regina dell'Antico Testamento. Assetata di potere, sacrilega, lussuriosa. A questa figura di donna viene associata Gladys, la protagonista del romanzo che, da quanto ho capito, dovrebbe essere il più feroce e impietoso atto d'accusa della Nemirovsky contro la madre, figura non amata e con la quale era in forte contrasto. In effetti, in questo romanzo la contrapposizione donna/madre è fortissima e l'autrice colpisce con ferocia l'ideologia comune che vede la donna come madre per natura e vocazione. 
Gladys ha un dono e una maledizione: è bellissima. Fin da giovanissima, conosce e assapora uno degli unici poteri concessi a una donna: quello di dominare gli uomini in nome dell'amore e del desiderio. L'amore è un gioco per la splendida Gladys, l'unico gioco che possa attenuare la noia di una classe sociale troppo ricca per occupare il tempo in altra maniera che non sia giocare coi sentimenti altrui. Uomo/donna, donna/donna. I rapporti interpersonali sono scontri all'ultimo sangue mascherati con nomignoli teneri e finta cortesia. Rappresentante di tutta una generazione, quella Belle Epoque che non resiste all'impatto con la guerra, Gladys conduce una vita di raffinatezza e giochi di potere. Finchè non comincia ad invecchiare.

"Che terribile regalo la felicità, una felicità troppo completa, troppo insolente e che finisce, come tutte le cose devono finire...
(...)
In fin dei conti, non c'è che una realtà, che una felicità al mondo, ed è l'essere giovani."

Che accade a una donna che non ha altra gioia al mondo che essere bella e amata nel momento in cui la giovinezza inizia a svanire? La consapevolezza degli anni che passano diventa un'ossessione per Gladys, un segreto da nascondere con ogni mezzo, un altare cui sacrificare qualunque cosa, compresa la figlia, la giovane Marie-Therese, che lei ama ma che ben presto la scalzerà. Non sarà più la bellissima Gladys ma sarà Gladys che ha una figlia in età da marito, la suocera, la nonna... Il pensiero le è insopportabile e l'unico modo che ha per fermare - anche se solo in maniera illusoria - il tempo è rubare, succhiare via come un vampiro, la giovinezza alla figlia. Bloccata in uno stato di eterna bambina, Marie-Therese si ritrova ad interpretare il ruolo della madre per una donna troppo egoisticamente amante di sè stessa per concedere lo spazio di vivere alla figlia. E così sembra che la felicità di Marie-Therese debba sempre cedere il passo a quella di Gladys, che ciecamente ricatta, si arrabbia, prega e, in ultimo, impone alla figlia le sue scelte, la sua volontà, la sua invidia.
In questo libro non c'è spazio per un sano rapporto madre/figlia. Anche in questo caso, le relazioni e gli affetti sono maschere per scontri all'ultimo sangue, dove ognuno per un brandello in più di felicità - o quanto è ritenuto essere felicità - è pronto a sacrificare chiunque. In ultima analisi, diventa lo storico scontro vecchi/giovani.

" << Zitta!... Ci sono parole che non ha il diritto di pronunciare!... Sono mostruose in bocca a lei... contro natura. Lei ha sessant'anni, è vecchia... L'amore, gli amanti, la felicità, non fanno per lei!... Accontentatevi, voi vecchi, di tutto ciò che non possiamo togliervi >>, disse X con rabbia, pensando alla madre di Laure. << Tenetevi il denaro, tenetevi i posti, tenetevi gli onori, ma questo, questo almeno rimaneva a noi! Era la nostra ricchezza, la nostra quota personale!... Con che diritto ve lo prendete? (...) >>"

Ogni nuova generazione lotta per strappare i successi a quella che l'ha preceduta. È la natura, anche se a volte cerchiamo di ricoprirla con una patina di civiltà. Cosa succede, però, quando il vecchio si rifiuta di cedere il passo al nuovo? Quando non si rassegna a passare a una nuova fase della vita, lasciando gli ardori e le passioni ai nuovi arrivati?
Gladys lotta con disperazione contro la vecchiaia, che non è solo un corpo cadente ma anche uno spirito aggrappato a un'altra epoca. Con quanta amarezza, infatti, Gladys si scontra con una nuova realtà, con un nuovo modo di amare. Cambiano gli uomini e le donne e lei non è capace di stare al passo col cambiamento ma comunque si ostina a fingere di essere ciò che non è.
Gladys è un personaggio mostruoso. Nel suo egoismo, nella sua superficialità, nella sua menzogna. Allo stesso tempo, è insopportabilmente reale. Ciò che più colpisce, in lei, è il suo cieco egoismo, che non risparmia nessuno, nemmeno la figlia. Di nuovo, durissima la critica alla figura di donna naturalmente associata a quella della madre da parte della Nemirovsky. Nonostante le apparenze, poi, non è neanche una donna emancipata, perchè ogni cosa che fa, ogni minuto della sua esistenza è vissuto in relazione agli uomini. Come dice lei stessa, l'intelligenza e la cultura non sono che orpelli per rendere più significativo un bel corpo, ma una volta andato via l'uomo, a che servono davvero?
Gladys ha vissuto tutta la vita nel culto narcisistico di sè stessa. Un culto che aveva bisogno di adoratori per reggere e che il tempo, progressivamente, distorce e rende ossessione e malattia.
Questo romanzo, scritto con lo stile raffinato della Nemirovsky, si è rivelato incredibilmente cupo e crudele, nel suo dipingere senza pietà nè sconti una donna, bellissima fuori ma marcia dentro, vuota. La lettura è un morboso viaggio nella psiche sempre più instabile e disturbata di questa moderna Jezabel, un personaggio che si attira poca simpatia e solo un po' di pietà nel suo graduale abbruttimento - più spirituale che fisico. Un libro che non mi aspettavo e che mi ha messo molta voglia di tornare a leggere la Nemirovsky.

Virginia



venerdì 29 settembre 2017

Recensione: Un incantevole aprile di Elizabeth von Arnim

Titolo: Un incantevole aprile
Autore: Elizabeth von Arnim
Traduttore: Luisa Balacco
Casa editrice: Bollati Boringhieri
Numero di pagine: 234
Formato: Cartaceo


Un discreto annuncio pubblicitario: «Per gli amanti del glicine e del sole...» apparso sul «Times» è il preludio a un mese rivelatore per quattro donne dalla personalità assai diversa. A picco su una baia della Riviera, tra giardini di calle, violacciocche e acacie, si staglia il castello medievale di San Salvatore. Alla ricerca disperata di sollievo dalle preoccupazioni quotidiane, Mrs Wilkins, Mrs Arbuthnot, Mrs Fisher e Lady Caroline Dester si lasciano allettare da quel paradiso terrestre. Cullate dalla primavera mediterranea, dai monti ammantati di violette e fiori dal dolce profumo, queste donne abbandonano a poco a poco i formalismi di società e scoprono un’armonia da tutte anelata e tuttavia mai conosciuta. Pubblicato nel 1922, e simile per vari aspetti a Il giardino di Elizabeth, questo romanzo è imbevuto di quella capacità descrittiva e di spensierata irriverenza che costituiscono il tratto tipico della scrittura di Elizabeth von Arnim.

Buon venerdì a tutti! Finalmente la settimana è finita ed è arrivato il weekend. Oggi vi parlo di un libro che ha prolungato per qualche giorno l'estate e la sensazione di vacanza dentro di me, facendomi inoltre conoscere una nuova autrice, che da tempo mi incuriosiva: Elizabeth von Arnim.




Questa autrice per molti anni sconosciuta, sta venendo ora riscoperta. Grazie all'interessantissimo blog Libri nella brughiera io già la conoscevo, ma solo un paio di mesi fa in libreria ho deciso di buttarmi e di acquistare uno dei suoi romanzi. Un incantevole aprile non è il suo titolo più noto, anzi. Leggiucchiando in giro, avevo visto dei pareri tiepidi su quest'ultimo lavoro della von Arnim (*mi correggo, è invece una sua opera molto nota ma l'ho scoperto solo in seguito alla recensione!), ma era l'unico suo libro sullo scaffale, quel giorno, e io sentivo che era quello il momento per comprare un suo lavoro, dopo anni di tiepida decisione. Preparata a un libro probabilmente non eclatante, qualche giorno fa mi sono accinta a leggerlo e mi sono trovata davanti una grandissima sorpresa.
L'aggettivo che, fin dalle primissime pagine, ho accostato a questo romanzo è "incantevole". E continua ad essere l'aggettivo più adatto. Ogni cosa, dall'ambientazione alle atmosfere di questa storia ha un'aura di magia, di fiaba senza tempo. Nel momento in cui i personaggi varcano la soglia di San Salvatore e giungono in un'Italia nel pieno della fioritura, qualcosa dentro di loro inizia a cambiare. Ma se Lotty - Mrs Wilkins - sembra assorbire fin da subito questa gioia intima e assoluta e si trasforma senza fatica, lo stesso non può dirsi per le altre tre donne, che lotteranno contro questa sensazione straniante.
Il libro della von Arnim è stato per me un'esperienza assolutamente nuova. La primissima cosa che mi ha colpita è la profonda comunione che si instaura fra i personaggi e il loro stato d'animo e la natura rigogliosa della Liguria. La scrittrice indulge spesso e volentieri in meravigliose descrizioni paesaggistiche, che non sono mai fini a sè stesse ma funzionali a una trama che è costruita sulla corrispondenza fra la bellezza e l'armonia della natura e l'anima umana.

"Lo splendore dell'aprile italiano era ai suoi piedi. Il sole la inondava di luce e il mare giaceva addormentato, muovendosi debolmente. Al di là della baia, anche le incantevoli montagne, dai colori squisitamente variegati, erano addormentate nella luce; e sotto la sua finestra, in fondo al pendio erboso costellato di fiori dal quale si ergevano le mura del castello, un grande cipresso si stagliava come un'enorme spada nera contro le tenui sfumature azzurre, violette e rosa delle montagne e del mare.
(...)
Era la felicità? Com'era povera e mediocre la vita di tutti i giorni. Ma cosa dire, come descriverla? Non stava più nella pelle, era come se fosse troppo piccola per contenere tutta quella felicità, come trovarsi in un bagno di luce. Era sorprendente provare questa beatitudine totale, perchè qui lei si trovava, e non faceva nè avrebbe fatto una sola cosa per gli altri, non doveva fare nulla che non avrebbe desiderato. A sentire le persone che era solita frequentare, avrebbe dovuto perlomeno avere dei dolori.
E invece neanche uno. C'era qualcosa di strano. Era incredibile che a casa fosse sempre così buona, così tremendamente buona, e ne avesse soltanto sofferenze; là si dedicava interamente agli altri ed era vittima di malesseri di ogni sorta: fitte, dolori e momenti di sconforto. E ora che si era spogliata di tutta la sua bontà e l'aveva lasciata alle spalle come un mucchio di vestiti inzuppati di pioggia, non provava che gioia. Denudata della bontà, godeva nel ritrovarsi nuda. Era svestita e raggiante."

Gli inserti descrittivi non sono mai troppo lunghi o prolissi. Al contrario, sono brevi ma incredibilmente suggestivi, incastonati con naturalezza nella narrazione. Una narrazione che ha i pregi di essere leggera e profonda a un tempo. Lo stile della von Arnim è aggraziato, ironico in vari momenti di comicità, eppure lascia nel lettore una sensazione di luce e di calore, come se la magia di San Salvatore si fosse insinuata nello stesso lettore, filtrata dalle pagine del libro. Mi sono ritrovata dunque inevitabilmente coinvolta e partecipe delle emozioni delle quattro protagoniste, che abbandonano il grigiore delle loro vite e riescono a vederle in una nuova ottica proprio a San Salvatore, immerse nella bellezza più assoluta e primitiva - quella della natura nel suo pieno fulgore - e nel silenzio. E così ognuna di loro medita, nella solitudine e nel sole, e si libera di quello strato di spessa menzogna che le avvolge. Ogni finzione cade e, come Lotty, si ritrovano nude davanti a sè stesse. Che cos'è il matrimonio di Rose se non un fallimento, e per colpa sua? Nella solitudine, quando non può annegare l'infelicità nel lavoro e nella religione, può infine capire che, oltre a tutte le incomprensioni e l'amarezza, l'unica cosa che vuole davvero è amare. Di tutti gli esseri presenti sulla Terra, dice lei, non gliene serve che uno. Uno da amare, coccolare, qualcuno con cui condividere anche la gioia, perchè essa è dimezzata nel momento in cui non c'è nessuno con cui condividerla.
L'anziana Mrs Fisher, che si trincera dietro a un passato di glorie ormai defunte, inizia a sentirsi di nuovo viva, nonostante tutta la resistenza opposta. Come una pianta, avverte nuove foglie germogliare dal suo tronco stanco.
Perfino lady Caroline cambia. Lontana dall'opprimente e fasulla società londinese, dagli uomini che cadono sempre ai suoi piedi e che non la lasciano mai in pace, può finalmente guardare dentro sè stessa, guardarsi indietro e con scoprire con amarezza e sgomento quanto vuota e squallida sia stata la sua vita fino a quel momento.

"Si strinse lo scialle intorno come per difendersi, per isolarsi. Non voleva diventare sentimentale, ma qui era difficile non esserlo; la notte meravigliosa si insinuava in ognuno portando con sè, che lo si volesse o no, sentimenti forti, sentimenti che non si potevano controllare, pensieri profondi sulla morte, il tempo, lo spreco; pensieri meravigliosi e devastanti, magnifici e tetri, insieme estasi e tormento, e un desiderio senza fine che spezzava il cuore. Si sentì piccola e incredibilmente sola. Si sentì nuda e indifesa. Istintivamente si strinse più stretta nello scialle. Con questa cosa di chiffon  cercava di proteggersi dall'eternità."

Il più grande pregio di questo libro è quello di unire una lettura più seria e profonda a una scrittura lieve e aggraziata, che permette di non annoiarsi mai.
Nonostante le mie basse aspettative, mi sono trovata davanti un romanzo meraviglioso e insolito, che mi ha colpita moltissimo e mi ha portata a impadronirmi subito di un altro libro di questa autrice, che sento già diverrà una delle mie preferite e che non vedo l'ora di approfondire.
Conoscete Elizabeth von Arnim? Avete mai letto uno dei suoi libri? Per parte mia, la annovero sicuramente come una grande scrittrice del Novecento e in rispetto di ciò la inserisco nel canone mio personale dei classici.

Virginia


venerdì 22 settembre 2017

Recensione: Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autore: Majgull Axelsson
Traduttore: Laura Cangemi
Casa editrice: Iperborea
Numero di pagine: 539
Formato: Cartaceo

"Io non mi chiamo Miriam", dice di colpo un'elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant'anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l'Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d'Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'"altro" interrogandosi sull'identità - etnica, culturale, ma soprattutto personale - e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all'erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.



Buon venerdì lettori:) Oggi finalmente ritorno con la recensione di un libro! Eh si, il mio ritmo di lettura in questi mesi è calato, complici anche i tanti nuovi interessi che sono nati in questo periodo, ma io tengo duro, anche solo per trovare piccoli gioielli come il romanzo che vi recensisco oggi.
Iperborea è sicuramente una casa editrice cui prestare attenzione. Qui in Italia le librerie pullulano di gialli nordici (in particolare svedesi) ed è facile dimenticarsi che i Paesi nordici hanno una loro letteratura e che spesso è di tutto rispetto. Come vi ho già detto anche ai tempi di Bjorn Larsson (qui la mia recensione), queste edizioni sono di assoluto pregio. Il formato è assolutamente innovativo - e intrigante, a mio parere - e troviamo un breve saggio a fine libro che ci permette di inquadrare meglio quanto letto.
Io non mi chiamo Miriam affronta coraggiosamente un tema cui siamo ormai avvezzi: la Seconda Guerra Mondiale e i campi di sterminio. Lo fa, però, in maniera diversa. Protagonista è l'anziana Miriam che, il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, non riesce più a nascondere dentro di sè i ricordi legati agli anni imprigionata ad Auschwitz prima e a Ravensbruck poi. Soprattutto, non riesce più a negare, anche solo a sè stessa, una verità sepolta dentro di lei da fin troppo tempo: il suo nome non è Miriam.
Il libro non è che lo svelamento, nell'intrecciarsi fra presente e passato, della verità su Miriam - o meglio, Malika. Una verità taciuta dalla protagonista per più di cinquant'anni. Ma come spiegare ai propri cari e amici di aver finto fin dall'inizio di essere un'ebrea quando invece è una zingara?
Il romanzo affronta varie tematiche.
Quella più evidente è quella della vita nei campi di concentramento, raccontati qui con assoluta crudezza. La disperazione che prima imbruttisce e poi uccide - anche solo moralmente - i prigionieri (Se questo è un uomo, ci chiede infatti Primo Levi); la bassezza infinita e la mancanza di umanità dei carcerieri, la cattiveria dei detenuti verso altri nella stessa situazioni. Sopravvivere vuol dire sacrificare l'altro al proprio posto e uno dei pochi modi per mantenere un barlume di umanità è proprio quello di svincolare da questo ragionamento, una cosa che la giovanissima e stremata Miriam imparerà da Else, che ci mostra come l'amore possa trovarci ovunque.
Uno dei temi cardine del romanzo è, ovviamente, quello dell'identità. Nel caso di Miriam/Malika, l'identità personale si fonde con quella culturale. Quando da Malika diventa Miriam lo fa solo per contingenza, ma il momento in cui decide di continuare con questa menzogna o addirittura di rinnegare le sue radici, è come se voltasse le spalle a tutti gli altri zingari. Un senso di colpa che la tormenta perfino a 85 anni; una debolezza che non è mai riuscita a perdonarsi. Ma a parte le questioni etniche, chi è Miriam? Malika è la ragazzina ormai perduta fin troppi anni fa, è una parte di lei ma non è più lei; Miriam è la nuova identità che ha trafugato e che ha indossato per quasi tutta la sua vita, eppure non le appartiene completamente. La sua stessa vita sembra spaccata in due: il campo di concentramento prima e la Svezia poi. Come far collimare il fantasma incattivito che a stento si reggeva in piedi in Germania con la perfetta casalinga svedese, la cui vita fatta di pellicce e borsette sembra perfetta? Ma la realtà - quella vera e oscura - è appena dietro l'angolo, negli incubi che la perseguitano la notte e per quel fondo di odio - verso tutto e tutti - che talvolta riemerge. Ma va ricacciato in fondo, sempre più in fondo, perchè in questa nuova vita luminosa non c'è posto per le ombre di un passato che nessuno sembra davvero interessato a ricordare - Dimentica e sopravvivi, si ripete instancabilmente la stessa Miriam, seguendo la lezione di un padre ormai sepolto negli abissi della memoria. Dimenticare diventa essenziale. Ma ciò che è avvenuto è troppo terribile per poter essere cancellato, e a 85 anni Miriam non riesce più a stare zitta. Di fondo, però, rimane la domanda: chi è davvero lei?
La feroce determinazione con cui Miriam cerca di cancellare Malika e il suo passato è dolorosa. Miriam, ebrea di buona famiglia, diventa il suo migliore travestimento. Chi, infatti, vorrebbe mai aiutare una rom? Nel corso della sua permanenza nei campi e perfino in Svezia, innumerevoli volte ha visto cosa succederebbe se la verità venisse fuori: disprezzo, sfiducia, miseria. Per sopravvivere, Malika dimentica perfino sè stessa e diventa Miriam.
Uno dei pezzi più pesanti da leggere (io piangevo e non mi capita quasi mai - ma i bambini mi fanno questo effetto) è la storia di Didi, il fratellino di Malika, il bambino che ha cresciuto al posto della madre, morta da anni. La sua morte crudele è uno spettro che aleggia per tutto il romanzo ma solo verso la fine del suo racconto Miriam troverà la forza di aprire anche quella porta, l'ultima e la più estrema, il dolore più profondo che non è mai riuscita a cancellare davvero. In questo caso, l'autrice coinvolge il dottor Mengele, tristemente noto per gli esperimenti che conduceva sui prigionieri dei campi di concentramento.
Quello che mi è veramente piaciuto di questo romanzo è che affronta un'altra importante tematica, che forse spesso finisce per essere dimenticata: cosa accadde ai sopravvissuti? Una volta liberati, cos'è accaduto a questi spettri? Com'è possibile tornare umani dopo tutto l'orrore?
Non si ritorna mai del tutto, ecco come. Si lotta per seppellire ogni cosa, perchè com'è possibile vivere dopo aver visto quali picchi di crudeltà e bassezza può raggiungere l'uomo? Miriam cancella sè stessa, rinnega il suo passato, la sua lingua e il suo popolo. Di più, cerca la sicurezza data dall'invisibilità e dall'omologazione. Non vuole spiccare o essere diversa, ma solo nascondersi. E per farlo è pronta a tutto, perfino ad adattarsi alla volontà di benefattori che troppo spesso sembrano dimenticarsi di lei e finiscono per vederla come un'opera di bene, un monumento a sè stessi. Così ho visto Hanna e Olof. Nonostante il loro indiscutibile buon cuore, quello che vogliono è che Miriam rientri perfettamente nei loro parametri, senza sbavature. Miriam se ne rende subito conto ed è ben felice di accontentarli. E alla fine del romanzo non riusciamo a capire quanta effettiva felicità ci sia stata nella vita di Miriam, quella apparentemente perfetta condotta in Svezia.
Questo libro mi è piaciuto parecchio ma ha, a mio parere, qualche sbavatura. Ciò che mi è piaciuta di meno è la cornice, ovvero la Miriam di 85 anni che rivela a sua nipote Camilla la sua vera storia. Non mi è piaciuta questa Miriam, così come non ho amato la sua famiglia assolutamente disfunzionale - e non in senso simpatico. L'autrice mette parecchia carne al fuoco, troppa se si tiene conto del fatto che queste tematiche non verranno mai approfondite ma lasciate là, semplice orpello per una narrazione che si concentra su ben altro. Così come non ho apprezzato, sono sincera, ilo tentativo di sconvolgere il lettore con qualche artificio narrativo. Il materiale è già pesante di suo senza scadere nel teatrale, secondo me - ma questo è un atteggiamento che ho riscontrato in pochi pezzi.
Quindi, per concludere, un libro che mi è piaciuto molto e che mi ha addirittura fatta piangere. Ve lo consiglio assolutamente, ma solo se non temete le storie dure e, purtroppo, fin troppo vere.
Per parte mia non vedo l'ora di leggere un altro titolo Iperborea, una CE che ha davvero un catalogo valido e degno d'attenzione!

Virginia

martedì 19 settembre 2017

CineRecensione#12: You are beautiful

Anno: 2009
Episodi: 16
Categoria: KDrama

Gemma è una suora in procinto di prendere i voti che si ritroverà a doversi spacciare per il proprio fratello gemello (temporaneamente bloccato in America) e a prendere il suo posto come membro di una famosissima boy band: gli A. N. Jell.



Buongiorno a tutti e buon martedì! Come vi avevo preannunciato nell'ultimo post, oggi si torna al lavoro con una CineRecensione, quello che sta diventando uno dei miei post preferiti perchè sono davvero poche le persone con cui posso parlare di drama e una delle comodità di avere un proprio blog è che... Be', posso parlare di quello che voglio. Se poi qualcuno è interessato a leggerlo è però un altro paio di manichexD
Ma a parte questo, oggi vi parlo di uno di quei drama che è considerato "storico", nel senso che non puoi vedere kdrama e non vedere anche un questo, un giorno o l'altro. Per parte mia, lo trovo anche perfetto per iniziare perchè è un perfetto mix di tutto e, sopra ogni cosa, ho notato che è uno di quei drama che mette d'accordo un po' tutti. A differenza di altre serie più controverse (Boys over flowers, un nome su tutti, che è amato e odiato con pari fervore), You're beautiful piace davvero a quasi tutti e questo, secondo me, perchè riesce a mettere in scena risate, lacrime, una bellissima storia d'amore e una ost che non ti scordi più.
Ma eccovi una recensione un po' più approfondita!

Uno dei motivi per cui ho amato tanto questo drama è per l'attrice protagonista, Park Shin Hye. Conosciuta con The Heirs, nonostante non avessi amato il personaggio avevo comunque apprezzato l'interpretazione dell'attrice e,vista la sua grandissima fama in patria, ero davvero curiosa di vederla in azione in qualche altro ruolo.
Dal primo momento in cui l'ho vista in You're beautiful, ho capito di avere davanti una ragazza capace di fare il suo lavoro. Se non avessi saputo di avere davanti la stessa persona, non ci avrei creduto! Qui Park Shin Hye non cambia solo l'aspetto fisico, ma si cala talmente bene nel ruolo da apparire davvero un'altra persona. Se la protagonista di The Heirs, Eun Sang, è infatti una ragazza cinica e dura, Mi Nam/Mi Nyu è invece ingenua e un po' tonta e lo trasmette in maniera lampante fin dalle buffissime espressioni facciali. 
Lo stesso personaggio mi è piaciuto molto. Nonostante Mi Nam sia a volte davvero ingenua ai limiti del paranormale, trasmette anche molta tenerezza. Non fa altro che cacciarsi in un guaio dopo l'altro e il suo amore per Tae Kyung è talmente puro e disinteressato che non si può davvero non parteggiare con lei. E così dopo le risate - e quante risate! - dei primi episodi, con il proseguire della storia e l'emergere di sentimenti inaspettati il tono si fa più serio.
Vi ho nominato Tae Kyung. Ora ve lo mostro: eccolo qui a lato, con la sua tipica espressione contrariata. Non so voi ma io sono morta dalle risate ogni volta che la tirava fuori - ed è successo spesso, poco da dire. L'interpretazione dell'attore mi è piaciuta molto, ho trovato che riuscisse davvero a creare un personaggio. Tae Kyung è indisponente, spesso antipatico e pieno di allergie. Per questo l'ho amato. Per questo e per la sua straordinaria intensità, che ovviamente in foto non traspare. Questo attore, che vedevo amato da tutte, davvero non mi ha detto nulla (anzi, l'ho sempre trovato bruttarello) finchè non l'ho visto recitare. Ecco, lì ho capito perchè tutte le spettatrici lo amino: perchè è intenso. In molte scene mi è quasi sembrato di avvertire fisicamente il suo sguardo su di me. La sua capacità poi di alternare momenti incredibilmente comici ad altri profondi è ciò che mi ha colpita e affondata del tutto. E basta, dopo Lee Min Ho (*-*) ho trovato la mia seconda crush coreana: Jang Geun Suk. Sono molto curiosa di scoprire se questa intensità pazzesca è solo frutto di una grande chimica con Park Shin Hye o se è una sua specifica caratteristica.


I due protagonisti non hanno nulla in comune. Lui la odia già per partito preso: il suo ingresso nel gruppo è un'imposizione, perchè Mi Nam pare abbia una voce più adatta di lui a cantare la nuova canzone degli A. N. Jell. Da parte sua, Mi Nam è terrorizzata: passa dall'essere sul punto di prendere i voti a fingere di essere il suo fratello gemello, membro di una boy band! Con la sua goffaggine, poi, non fa che combinare un guaio dopo l'altro e questo basta a far perdere definitivamente la pazienza a Tae Kyung.
La relazione che viene a svilupparsi fra i due è meravigliosa. Mentre li guardavo, avevo costantemente gli occhi a cuoricino, mi sono davvero sentita coinvolta da questa coppia così imperfetta. Imperfetta perchè lo sono entrambi e incappano in un sacco di incomprensioni. Ma ciò che mi ha davvero colpito è che, nonostante dei due sembri Tae Kyung il più forte, in realtà è Mi Nam la roccia della coppia, lei che si sacrifica sempre per lui e che si prende letteralmente in carico la sua felicità, nonostante una situazione che, procedendo con le puntate, diventa sempre più ingarbugliata, anche a causa della dolorosa e complicata situazione familiare di Tae Kyung (non vi dico altro, per non fare spoiler).


A dare un valore aggiunto al drama sono poi gli altri due membri della band: da sinistra a destra, Shin Woo e Jeremy. Entrambi instaurano una propria relazione con Mi Nam, che ha dato luogo a varie scene divertentissime e ad altre più tristi. Ammetto di non aver amato troppo l'attore che ha interpretato Shin Woo: l'ho trovato freddo e poco espressivo, ma il personaggio mi ha sicuramente conquistata e lo stesso si può dire per molte altre spettatrici. In effetti, il successo avuto dall'accoppiata Mi Nam/Shin Woo è stato talmente grande che gli attori sono stati coinvolti in un altro drama, Heartstrings, e ammetto di essere piuttosto curiosa di vederlo, anche soltanto per poter dare un'altra possibilità all'attore.
Questo drama, a mio parere, ha un solo grande difetto: il finale. 
L'ho detestato.
Chiariamoci, i drama coreani hanno spesso e volentieri dei finali poco efficaci, ma di solito riesco a passarci sopra piuttosto tranquillamente. In questo caso NO, anche perchè con "finale" intendo poi le ultime puntate, quando gli avvenimenti hanno preso una piega che mi ha molto contrariata e che, a mio parere, è stata tirata fuori per tirare la storia ulteriormente per le lunghe, arrivando addirittura a snaturare il personaggio di Tae Kyung, che io ho amato così tanto. Dopo attenta riflessione, ho deciso di rimuovere dalla mia mente le ultime puntate e di conservare il ricordo di un drama bellissimo che mi ha fatta ridere e commuovere e a cui ripenso ancora adesso, a più di una settimana dalla conclusione.
Infine, non posso recensire un drama senza riportarvi almeno l'ost più significativa (se ce ne sono state, ovviamente!). Questo drama in particolare è famoso anche per la sua ost, che ritorna in tutta la vicenda e che altro non è che la canzone scritta da Tae Kyung e assegnata poi a Mi Nam.
Ve la lascio qua sotto, perchè è bellissima e la sto ascoltando a ripetizione da una settimana*-*




Vi metto anche questo video che ho trovato su youtube e mi piace un sacco*-*



E per oggi vi saluto:)

Virginia









giovedì 14 settembre 2017

Oggi parliamo di... MANGA#1: Questo non è il mio corpo di Moyoco Anno

Titolo: Questo non è il mio corpo
Autore: Moyoco Anno
Casa editrice: Kappa Edizioni
Serie? No, autoconclusivo

Noko Hanazawa è una giovane "office lady" con un'ossessione per il cibo. Di fronte a qualsiasi problema, dalle angherie dei superiori alle offese dei ragazzi, Noko reagisce mangiando compulsivamente, fino a dimenticare ogni cosa. Per Saito, il suo ragazzo, il fatto che Noko sia sovrappeso non sembra un problema. Un giorno però, Noko scopre che Saito ha una relazione con una collega di ufficio, e decide di dimagrire per riconquistarlo, ma le cose sono molto diverse da come sembrano. Una storia d'amore densa, insinuante e a tratti sgradevole nello sua crudezza, ma venata d'ironia. Il racconto della lotta quotidiana tra il bisogno psicologico di nutrimento e il desiderio di essere magri fino a scomparire.

Buongiorno a tutti! Oggi torno sul blog con una novità. Dopo anni in cui non mi sono mai approcciata al genere, finalmente ho letto un manga.
Per prima cosa, qualche precisazione. 
Non ho mai letto manga non per pregiudizio ma per questioni di tempo e di soldi. Di tempo perchè ero fin troppo assorbita dai libri e dalla vita quotidiana per farci entrare pure i manga; di soldi perchè ogni centesimo era sacrificato in tributo all'altare della lettura e pensare di spendere anche solo 5 euro (perchè in genere sono questi i prezzi) per un'opera che avrei letto in 30 minuti al massimo mi disturbava.
Ma tant'è. Ora che la mia giornata è DECISAMENTE più piena (drama e serie tv*-*), ho cominciato a sentire il bisogno di espandere i miei orizzonti artistici. E fu così che mia sorella, dopo mesi a sentirmi blaterare, ha deciso di tagliare la testa al toro e di regalarmelo lei un manga per il mio compleanno. Tenete conto che lei è inesperta quanto me in questo campo, quindi il manga che mi ha poi preso è stato scelto sostanzialmente a naso, ispirata da recensioni e trama. E, ovviamente, seguendo l'unico dogma: doveva essere autoconclusivo.
Mi sono dunque trovata questo fumetto tra le mani e il giorno dopo l'ho letto.
Eccovi dunque la mia recensione, in quella che spero sarà una nuova rubrica - magari non attivissima ma nemmeno dimenticata come altre (VERGOGNA) - sul blog.


Questo che potete vedere è il tratto. Io non sono esperta, ma credo che si distanzi discretamente dallo stile canonico degli shoujo (*manga di genere romantico e indirizzati a un pubblico essenzialmente femminile). Se dovessi inquadrare questo manga in un genere letterario (non lo ripeterò mai abbastanza, sono ignorante in questo campo!), sarebbe la letteratura moderna. 
Quando ho iniziato a leggere, credevo che il tema trattato sarebbe stato quello dell'anoressia. Leggendo, però, mi ci è voluto poco per capire che la storia che mi si stava delineando davanti agli occhi era molto più torbida e contorta di quanto avessi immaginato.
La protagonista, Noko, mangia. Quando sta male, quando l'angoscia, la solitudine e il disprezzo di sè la travolgono, mangia. Mangiando è come se ricacciasse sempre più in fondo al suo stomaco tutte le emozioni negative; come se potesse morderle, triturarle, fagocitarle. Farle sparire. Il grasso che le ricopre il corpo è una barriera. Come dice lei stessa, è come se ne fosse intrappolata; allo stesso tempo, è come se la proteggesse da tutto ciò che non va nella sua vita. Ed è tanto. A partire dal lavoro. Noko lavora in un ufficio e, a causa del suo aspetto non convenzionale e "sgradevole", è il capro espiatorio del capo e di tutti i suoi colleghi; il fidanzato storico - sono assieme da 8 anni - la maltratta e la fa sentire sempre inadeguata, intrappolandola in un ricatto emotivo che sembra senza via di uscita: il disprezzo contro la solitudine. Perchè Noko non ha neanche amici. O meglio, gli unici contatti che ha sono le colleghe di lavoro: magre, belle, raffinate. Per loro Noko è più uno svago, un animaletto: talvolta da accettare, più spesso da deridere. E Noko subisce tutto. L'unica vera spia di malessere è il suo compulsivo attaccamento al cibo, che le porta il disprezzo e il disgusto dei suoi conoscenti.
In questo manga, il tema dell'anoressia non è quello centrale, nonostante le premesse. Il vero significato di questa storia - e forse di tutte le storie che ci parlano del disprezzo verso sè stessi - è riassunto nel titolo: Questo non è il mio corpo. Perchè il corpo di Noko non le appartiene. Che sia grassa o magra, ogni volta obbedisce ai dettami di qualcun'altro: del fidanzato, che la vuole grassa per sentirsi su un piano superiore a lei e cibarsi della sua insicurezza, o dei colleghi, che la vogliono magra per questioni estetiche. Della società tutta, più in generale, che impone un modello, spesso irraggiungibile. Il nostro corpo non ci appartiene perchè lo viviamo sempre in relazione a qualcun'altro.
Un altro tema si va però a intrecciare a questo: quello dell'identità, in primis, e infine della felicità. Noko è un personaggio con cui è difficile empatizzare: è una vittima nata. Non riesce a reagire ai soprusi e, anche davanti alle crudeltà più immotivate, invece di alzare la testa e reagire si piega, si fa piccola. Somatizza il male che ha dentro, lo trasforma in grasso. Nel momento in cui tutta la sua esistenza - per quanto misera - sembra crollarle addosso, riesce finalmente a prendere una decisione: dimagrire, a qualunque costo. Perchè la sua idea di felicità è inevitabilmente connessa a un corpo magro. Perdendo peso Noko non cerca la bellezza: cerca l'accettazione. Nel momento, però, in cui perderà peso, capirà che nulla è cambiato: il fidanzato la tratta peggio di prima, sul lavoro la situazione non è migliorata di una virgola. La felicità che cercava è lontana come lo era prima, perchè finalmente capisce che non è mai dipesa da un numero su una bilancia. Il peso - e l'anoressia dopo - non è che il sintomo di un malessere molto più radicato e profondo. Ma il rendersene conto - e comunque ci vorrà buona parte del manga - non è la conclusione felice della vicenda, perchè è come se Noko continuasse a vivere nell'inadeguatezza e nell'insicurezza. Prima aveva un obiettivo, una risposta. Adesso perfino questa sicurezza è crollata e non le rimane altro - di nuovo - che il cibo, che in un modo o nell'altro continua ad essere lo sfogo del suo male: prima quando abbondava e dopo quando se ne privava. In ogni caso, in tutto il manga è come se Noko si dibattesse alla ricerca di un'identità, di qualcosa in cui definirsi che non sia un'etichetta esterna ("grassa" o "magra"). Se, infine, ci sia riuscita o meno lo lascio scoprire a voi.
La vicenda di Noko si arricchisce con pochi ma determinanti comprimari. Su due in particolare vorrei concentrarmi: il fidanzato, Saito, e una collega, Mayumi.
Saito, come ho già scritto, è il fidanzato storico di Noko. La loro è una relazione malata e morbosa, che vede Saito usare Noko come sfogo delle sue frustrazione. Figlio unico e orfano di padre, Saito vive ancora con la madre: una donna che lo avvilisce continuamente, che lui quasi odia, ma con la quale ha instaurato a sua volta una relazione morbosa. Noko diventa per lui essenziale per ristabilire un senso di superiorità per un uomo che si sente un fallito. Nonostante sia un bell'uomo e la sua attenzione si concentri sulle belle ragazze, gli unici legami che riesce a stringere sono con donne con le quali si sente al sicuro, che può essere lui a rifiutare e a far sentire delle nullità. Noko è la donna perfetta, in quest'ottica. Accecata dalla sua bellezza, dall'incredulità di aver ottenuto l'attenzione di un uomo del genere, accetta i maltrattamenti e le umiliazioni, pronta a tutto pur di non essere lasciata sola. L'effettiva fragilità di Saito esplode nel momento in cui Noko inizia a dimagrire. Questa sua presa di posizione così forte lo mette in crisi e scatena il suo odio. Sente di non poterla più controllare e quindi Noko esaurisce per lui tutta la sua utilità.


Personaggio del tutto differente è Mayumi, che nel corso della storia veste panni quasi satanici. Lei è una collega di Noko, ma non una qualsiasi: è una capobranco, è la più bella e sicura di sè del gruppo, la più sfrontata e la più cattiva. Il suo segreto è quello di sembrare buona e dolce, ma la sua vera personalità viene fuori nel giro di poche pagine. Mayumi vive del confronto con persone come Noko: si nutre della sua infelicità e insicurezza e se ne rafforza. Di più: come dirà lei, odia le persone brutte. Perseguitare e distruggere Noko diventa così quasi una missione, soprattutto nel momento in cui quest'ultima cerca di riemergere dal limbo in cui è sprofondata. Le angherie di Mayumi diventano sempre più crudeli, fino a un livello che ha quasi dell'incredibile. Ma ciò che colpisce davvero di Mayumi è il ruolo che le viene affidato. Uno dei messaggi più forti e disturbanti del manga è che, in un mondo dominato dall'apparenza, la bellezza è garanzia di opportunità e trattamenti migliori. Ancora di più: direttamente dagli antichi greci, ancora un bell'aspetto diventa sinonimo di una bella personalità. Chi è bello può essere un diavolo ma nessuno ci crederà mai del tutto, nemmeno davanti all'evidenza. Come dirà Mayumi a Noko, è molto più facile attribuire azioni squallide a persone brutte. 
Ciò che più mi ha colpita è che il finale del manga, nonostante per certi aspetti possa sembrare positivo, in realtà non lo è per nulla. Nonostante la vittoria, si avverte un senso di sconfitta, di non concluso. Come sempre nella vita, aggiungo io.
Mentre leggevo, mi è venuta in mente un'autrice e un suo titolo in particolare. Ne parlo perchè i temi e le atmosfere buie e malate mi hanno fatto pensare più volte e con insistenza proprio a lei. Sto parlando di Grotesque di Natsuo Kirino, uno dei libri cardine della mia adolescenza, un malloppone di 800 pagine di puro dolore, quasi disgusto. Se avete letto questo manga e vi è piaciuto; se non leggete manga ma queste tematiche vi interessano; se cercato un libro crudele, io ve lo consiglio caldamente.
Detto questo, ho amato questo manga e ne sono rimasta enormemente colpita. Non mi aspettavo questo genere di storia e come vedete ne sono nate parecchie riflessioni. Adesso vorrei continuare questo mio viaggio in questo altro tipo di narrazione e, in attesa del Lucca Comics&Games, raccoglierò in giro informazioni per decidere con quale altro manga proseguire. Avete consigli da darmi? Siete appassionati di manga? Fatemi sapere nei commenti, che sono molto curiosa al riguardo.
Ci sentiamo la settimana prossima con una CineRecensione!

Virginia